Un quiz d’italiano per lavorare? I commercianti stranieri divisi sulla proposta

di Sara Ingrosso


Se sei uno straniero e non hai un certificato per la lingua italiana, allora non puoi aprire un negozio. È la proposta arrivata la settimana scorsa in Parlamento dalla deputata leghista Silvia Comaroli , che prevede la presentazione, per avere l’autorizzazione per i cittadini extracomunitari ad aprire un negozio al dettaglio, anche di un certificato lasciato da enti accreditati che attesti la conoscenza della lingua italiana.

Questa è la proposta, ma cosa ne pensano i cittadini stranieri? Linkredulo ha intervistato diversi commercianti della città di Bari per chiedere il loro parere.

Il titolare del contralissimo “Asia Mini Market”, negozio di generi alimentari situato a pochi passi dalla storica piazza Umberto, luogo di incontro per moltissimi cittadini stranieri, ci spiega che prima di prendere in mano la gestione del negozio, avvenuta circa tre o quattro mesi fa da un negozio precedentemente gestito da italiani, ha dovuto sostenere un esame di italiano. «Credo che un commerciante debba saper parlare l’italiano, perché la conoscenza della lingua è essenziale per far funzionare l’attività» ci rivela il titolare del negozio, di origine bengalese. Non solo per un affare commerciale, ma anche per una questione legata all’intero mondo del lavoro ci viene raccontato quanto sia importante per un cittadino straniero fare un corso per imparare la lingua del Paese d’accoglienza.

Dello stesso parere un commesso di un negozio di bigiotteria e oggettistica, situato sempre nel centro città, il quale sottolinea quanto la comunicazione sia la cosa più importante per il funzionamento di un’attività. Un quiz d’italiano per i cittadini stranieri che certifichi la conoscenza della lingua secondo lui non bloccherebbe quindi l’imprenditoria e il commercio, ma sarebbe una cosa giusta proprio perché chi vuole aprire un’attività commerciale in Italia deve saper parlare l’italiano. Sempre lo stesso ci ricorda il parallelo con la Francia, Paese storicamente multietnico. Anche qui, circa venti anni fa c’è stata la stessa proposta, e non è preoccupato del fatto che anche in Italia, Paese in cui soltanto di recente il fenomeno dell’immigrazione si sta intensificando, si ponga la questione.

Ma non tutti la vedono allo stesso modo. Ci siamo recati anche in due Internet Point, e questa volta le opinioni sono state differenti. Nella prima struttura abbiamo parlato con un giovane studente e lavoratore che dichiara di non essere d’accordo con questa nuova proposta di legge: secondo lui non è affatto necessario un test che certifichi la conoscenza della lingua italiana perché la cosa più importante è la comunicazione. Ancora più fermo l’imprenditore con cui abbiamo parlato nella seconda struttura, che dichiara quanto non serva “una garanzia per la conoscenza dell’italiano” perché sarebbe soltanto ulteriore denaro da spendere ed un’ulteriore complicazione burocratica. «La regolarizzazione è la cosa più importante, come sono importanti anche il rispetto delle regole e l'essere “puliti”, il non avere problemi con la giustizia» ci dichiara lo stesso, che conclude affermando che un test d’italiano non è sicuramente la cosa più importante.



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