Un milione di firme per l'acqua pubblica
di Enrico Consoli

Un milione di firme, tondo tondo. Un milione di cittadini che hanno deciso di dire no alla privatizzazione dei servizi idrici e di difendere l'acqua come bene comune: tutto questo nonostante i mass media abbiano spesso snobbato la campagna referendaria (se non nelle ultime settimane, quando il successo di partecipazione era talmente evidente da rendere impossibile continuare con la "congiura del silenzio"), le forze politiche abbiano in molti casi remato contro e lobbies forti e potenti abbiano gettato gli occhi su una torta succosa come quella rappresentata dalla gestione dell'oro blu.
Ma tutto questo ostruzionismo non é servito, dal momento che i cittadini si sono recati in massa a firmare ai banchetti allestiti in tutta Italia, sorprendendo non poco gli stessi organizzatori della campagna referendaria (Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua in primis): le firme necessarie per indire il referendum sono 500.000 e ad un mese dalla fine della raccolta si é già toccata quota un milione; in Puglia siamo vicini alle 100.000 firme, a dimostrazione di quanto il tema dell'acqua bene comune sia sentito dalle nostre parti.
Dal punto di vista prettamente normativo, l’approvazione dei tre quesiti rimanderà, per l’affidamento del servizio idrico integrato, al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000: tale articolo prevede il ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.
Il referendum abrogativo, in realtà, intende si cancellare tutta una serie di norme capestro che hanno aperto la strada alla privatizzazione dei servizi idrici (a cominciare dal famigerato Decreto Ronchi del novembre 2009), ma vuol essere anche l'occasione per una rivoluzione culturale dopo trent'anni di egemonia liberista e di esaltazione acritica del Mercato e delle sue capacità taumaturgiche.
Ma quali sono i pro della gestione pubblica dell'acqua? Perché dovremmo dire no alla privatizzazione dei servizi? "E' socialmente e umanamente inaccettabile che a gestire l'acqua siano imprese che hanno come unico obiettivo quello di massimizzare i profitti - argomenta Margherita Ciervo del Comitato Pugliese Acqua Bene Comune - l'approvvigionamento dell'acqua rischierebbe di diventare un beneficio dei pochi privilegiati che potranno permettersi la fruizione del servizio con il rischio concreto che si vada incontro a conflitti, diseguaglianze, disagi tra i più bisognosi. E l'acqua non è un bisogno, ma un diritto". La stessa esperienza delle privatizzazioni dei servizi idrici nel nostro Paese, secondo gli organizzatori del referendum, sarebbe emblematica: costi più alti, investimenti minori, talvolta vere e proprie rivolte dei cittadini inviperiti. In tutto il mondo, inoltre, si inverte la rotta e dopo anni di privatizzazioni si ripubblicizza (come avvenuto a Parigi).
Dal canto loro, i fautori della mano invisibile del mercato, non ci stanno e si é perfino costituito una sorta di comitato di mobilitazione "contro i referendum per la nazionalizzazione dei servizi idrici" (http://www.acqualiberatutti.it/): “Il referendum per la pubblicizzazione dell’acqua è un rimedio peggiore del male - sostiene ad esempio Mauro D’Ascenzi, vicepresidente di Federutility - se vincessero i referendum gli enti locali non avrebbero più la libertà di scegliere a chi far gestire il proprio servizio; in tutta Europa è possibile scegliere, in Italia si finisce per assolutizzare una posizione".
"Il decreto Ronchi manca di parti rilevanti - continua D'Ascenzi - Manca una politica industriale per il settore idrico e la previsione di strumenti di attuazione. Soprattutto manca il riferimento ad un’Autorità che accompagni il processo regolando le contese tra i diversi interessi legittimi, dall’ente locale ai cittadini ai gestori. Ma se il decreto Ronchi limita le possibilità di scelta il referendum le assolutizza, accettando unicamente la gestione pubblica anche quando non dovesse funzionare. Anche la tanto sbandierata ri-pubblicizzazione di Parigi, prevede che dopo cinque anni l’ente locale possa valutare se la gestione è andata bene o, in caso contrario, cambiare gestore. In Italia non sarebbe più possibile".
Le posizioni sono contrastanti, dunque, ma al di là delle considerazioni sull'efficienza o meno della gestione pubblica, verrebbe da chiedersi perché non dovrebbe essere più sensato dare la parola ai cittadini italiani tramite una consultazione popolare: é una questione di democrazia, di metodo prima ancora che di merito. Cosa che non sembrano aver compreso il Partito Democratico (con l'eccezione dell'area Marino e di alcuni dirigenti sensibili al tema) e l'Italia dei Valori che, a differenza di Sinistra Ecologia e Libertà e Rifondazione, hanno storto il naso o addirittura hanno ostacolato il referendum: cosa che non devono aver fatto molti dei loro elettori, dati i risultati.
PER INFO: http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/
