Ferrhotel, il documentario. Intervista a Mariangela Barbanente


Dopo il Torino Film Festival e la presentazione al pubblico barese, la storia del Ferrhotel  risulta meno sconosciuta. Diretto da Mariangela Barbanente, ideato con Sergio Gravili, prodotto da Gioia Avvantaggiato per GA&A Productions e realizzato grazie al sostegno della Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia, il documentario racconta alcune storie dei rifugiati somali in fuga dalla guerra e in cerca di una dignitosa autonomia. Noi abbiamo cercato di scoprire i retroscena di “Ferrhotel" attraverso le parole della regista Mariangela Barbanente.

Come è nata l’idea di realizzare un documentario sul Ferrhotel?

L’occupazione era appena iniziata, se ne parlava moltissimo in città e nelle tv locali e la questione era sotto i riflettori – cosa che ora non è più – ed è venuto spontaneo il desiderio di documentare questa esperienza.

Quindi l’idea è nata molto tempo fa …

L’idea è nata a Natale 2009. Abbiamo cominciato a girare a febbraio 2010 e abbiamo finito le riprese all’inizio del 2011. Quando abbiamo cominciato a fare le riprese in realtà, non sapevamo ancora quale sarebbero state le storie da raccontare. Man mano che conoscevamo gli occupanti, capivamo in che direzione sarebbe andato il nostro racconto e che forma avrebbe preso il film.

Come hanno reagito gli occupanti quando vi siete presentati da loro?

All’inizio pensavano che fosse l’ennesimo servizio televisivo e che saremmo stati poco, giusto il tempo di qualche intervista. Poi quando hanno visto che stavamo sempre lì, si è creato qualche nervosismo: non gli era chiaro perché per fare un film ci volesse tutto quel tempo e alcuni hanno addirittura pensato che fossimo delle “spie” mandate dal Comune a controllarli … questo è successo anche per il problema della lingua. Non ci si capiva, pochi parlavano l’inglese, pochissimi l’italiano. Non capivano cosa stavamo facendo e noi non riuscivamo a spiegarglielo. Con un grande lavoro di diplomazia ad opera dei ragazzi somali che parlavano italiano e inglese questa situazione si è risolta. Abbiamo cercato comunque di rispettare il desiderio di chi non voleva apparire nel film.

Qual è stato l’episodio che ti ha colpito maggiormente?

che più mi ha colpito sono i tempi lunghissimi necessari a fare qualsiasi cosa. Da trovare un lavoro, a convalidare un titolo di studio, a fare un ricongiungimento familiare. Quest’ultimo è il caso di Dhayib che ha iniziato il ricongiungimento con i suoi quattro figli, la moglie e la madre nel 2010 e forse solo oggi, all’inizio del 2012, riuscirà a vederli arrivare. Questo mi ha colpito molto: la lentezza cui sono costretti, la lentezza con cui si muove tutto. E poi mi ha colpito è la loro forza straordinaria. Ci sono quelli che si lasciano andare, perché una situazione come questa può buttare giù chiunque, però la maggior parte di loro è molto forte.

Quali sono i progetti per la promozione del documentario, dopo il Torino Film Festival?

Un film lo fai perché vuoi farlo circolare soprattutto se il tema ha una forte valenza sociale. Se scegli di raccontare una determinata storia è perché vuoi che l’attenzione degli spettatori sia anche sul soggetto, perché vuoi dare voce a chi non ha voce. Il documentario non ha trovato al momento uno sbocco televisivo, ma nel circuito dell’UCCA, i circoli del cinema dell’Arci, che ci ha premiato al Festival di Torino. E poi ci piacerebbe farlo circolare nelle scuole, per spiegare ai più giovani  cosa significhi essere rifugiati, cos’è il Trattato di Dublino, far conoscere il problema. Perché dietro le etichette “rifugiati”, “clandestini”, “Immigrati”, “richiedenti asilo”, ci sono esseri umani come noi.

Sara Ingrosso



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