"Mafia Export, il made in Italy mafioso". Intervista a Francesco Forgione

di Ivano Stelluto


La diffusione delle mafie italiane nel mondo e le rotte della droga: intervista a Francesco Forgione, già presidente della Commissione Parlamentare Antimafia e autore di “Mafia Export”.

Mafia Export, ovvero dalla lupara a quale tipo di organizzazioni criminali?

La lupara c’è sempre, con questo libro ho voluto colmare un vuoto descrivendo le mappe geocriminali degli insediamenti mafiosi italiani nel mondo. Ho delineato l’altra faccia della globalizzazione, quel processo fondato sul primato assoluto del mercato, sulla libera circolazione delle merci e dei capitali finanziari che in questi anni ha consentito anche una rapida espansione delle mafie e si è spesso tradotto non solo nella movimentazione delle ricchezze e negli investimenti di esse ma anche in insediamenti criminali da un lato all’altro del mondo. Mafia Export è un libro che prova a rompere quell’ipocrisia secondo cui le mafie non esistono quando non insanguinano i territori e quanto dico può valere per la Germania come per la Francia, per l’Australia come per il Piemonte, la Lombardia e l’Emilia Romagna. Definendo delle vere e proprie mappe ho voluto dimostrare che, nelle parti più diverse e disparate del mondo, laddove arrivano i soldi dei mafiosi arrivano i mafiosi stessi alterando il rapporto tra il territorio e l’economia e spesso la politica.

Qual è la chiave di lettura che suggerisci delle mafie, posto che non è sufficiente la sola via giudiziaria?

Oggi ci troviamo di fronte a delle grandi holding economico – finanziarie criminali che vanno colpite nell’essenza del loro potere e cioè nei patrimoni, nelle ricchezze e nella forza che esse hanno di produrre, per questa via, risposte alternative all’assenza di politiche pubbliche. Per contrastare queste holding non basta la sola via repressiva e penale ma serve anche la ricostruzione di spazi di politiche pubbliche ed è necessaria una grande dimensione sociale per sottrarre la lotta alla mafia all’esclusività della dimensione giudiziaria.

Ci troviamo da una parte di fronte a dei grossi imperi economici e dall’altra registriamo interventi del Governo come lo scudo fiscale o la messa in vendita dei beni confiscati alle mafie.

Io credo che misure come lo scudo fiscale sono pericolose e gravi soprattutto perché coperte dall’anonimato e mentre a noi cittadini non è dato sapere, anche lo Stato si preclude la possibilità di conoscere quali settori dell’economia andranno ad inquinare, una volta rientrati in Italia, i capitali accumulati per vie illegali o frutto di attività criminali. Solo nel nostro Paese si è avuta una misura di questo tipo, tenuto conto che la Merkel ha addirittura attivato un pool di investigatori per scoprire i nomi degli investitori e dei depositari in Svizzera e sulla stessa linea si è mosso Obama, in relazione diretta con l’Ubs, il più grande istituto bancario svizzero. In Italia si è invece voluta favorire una forma di impunità,
da un lato per la dimensione economico - finanziaria delle mafie e dall’altro anche di quella corruzione della quale si nutrono quegli imprenditori che hanno esportato illecitamente i capitali all’estero. Il cerchio si chiude se penso alla messa in vendita dei beni confiscati. Noi dobbiamo contrastare queste misure e dobbiamo anche smontare la facile propaganda che esalta i fondamentali risultati ottenuti dalla repressione, come l’arresto dei latitanti e la riconquista dei territori, e nulla racconta delle leggi che depotenziano questi risultati. Scudo fiscale, vendita dei beni confiscati, intercettazioni telefoniche, attacco continuo all’autonomia e all’indipendenza della magistratura dicono che siamo in una fase
davvero delicata della lotta alla mafia.

Il Pubblico Ministero Carbone, durante la presentazione del libro, usando dei toni forti ha detto che dieci bombe sono meglio dell’attacco alla Magistratura da parte del Governo.

E’ chiaro che non ci vogliono né le bombe né gli attacchi del governo all’autonomia e all’indipendenza della magistratura, condizioni fondamentali queste ultime per portare fino in fondo l’azione di legalità. Le mafie si nutrono in rapporto col potere politico ed economico – finanziario e un pubblico ministero che non sia autonomo dal potere politico è un pubblico ministero che ferma l’azione di legalità e quindi l’antimafia alle soglie del potere. Bisogna difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura,
ma dobbiamo anche chiedere ad essa comportamenti e atteggiamenti rigorosi nella propria attività pubblica, nella ricerca delle prove, nella gestione delle intercettazioni telefoniche. Ovviamente un punto deve essere fermo: la Costituzione e l’equilibrio dei poteri vanno rispettati e in questo quadro l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono garanzie se vogliamo che questa democrazia possa continuare a chiamarsi tale.

Qual è oggi il rapporto tra mafie e politica anche alla luce dello scandalo che ha colpito la Protezione Civile?

È il rapporto di sempre, fatto di corruzione e di collusione con la politica, è un rapporto senza il quale la mafia e le mafie sarebbero forme normali di criminalità organizzata. Purtroppo i segnali che vengono sono inquietanti, inoltre abbiamo senatori come Dell’Utri e come Cuffaro, un vice Ministro come Cosentino che continua ad occupare il suo posto nonostante la richiesta di arresto da parte dei pubblici ministeri, e Fitto è ancora Ministro nonostante diversi rinvii a giudizio. La politica si sta ammantando di un sistema di impunità e quando la politica ha bisogno di costruire attorno a sé un sistema di impunità, vuol dire che le proprie collusioni sono diventate un fenomeno normale delle relazioni distorte con il mondo imprenditoriale e con la società. Tutto questo non è un problema della magistratura ma dei partiti che devono riformare se stessi e affermare processi di trasparenza. Se questo non si fa, ancora una volta verrà tutto delegato all’azione penale, mentre io penso che la lotta alla mafia debba vivere di riforma sociale e di riforma morale.

Come fare antimafia in un territorio che “vive” di ricatto occupazionale?

Offrendo politiche pubbliche a partire dal lavoro, da diritti universalmente esigibili come la sanità, la scuola e l’assistenza, in modo da sottrarre i bisogni di migliaia e migliaia di persone a tutte le forme di mediazione sia clientelare che mafiosa.

(pubblicato anche su www.extramagazine.eu)



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