Spettacoli e Cultura

Mordenti Seventies

  Andare al cinema è un piacere sottile da assaporare possibilmente in compagnia: per ogni film occorre operare la giusta scelta perchè, si sa, a generi cinematografici corrispondono precisi generi umani (ma si, sdognaniamo gli stereotipi!).Con il fidanzato generalemente si va a vedere “Quello-che-piace-a-lui”, genere di film che il più delle volte con i tuoi gusti non ha nulla a che fare; poche sono tanto fortunate da ritrovare nel fidanzato il collimare perfetto dei gusti, ma illudersi di tale pura corrispondenza è sempre contropoducente. Con la\le amica\e si va a vedere “La-commedia-possibilmente-impegnata”; si entra in sala già pregustando l’impegno intellettuale che si profonderà nella visione del film, i commenti tecnici si sprecano già nell’attesa dell’inizio, e si uscirà dalla sala leggere e felici, nonostante si sia cariche di tutto il peso della cultura appena acquisito. Con la mamma, notoriamente romantica, si vanno a vedere tutti i film del genere omonimo; la mia ha una passione patologica per le commedie inglesi quali “L’erba di Grace” e “Calendar Girl” (capolavori, effettivamente); si raggiunge l’apice con “Il diario di Bridget Jones” in cui la paffutezza di Renee Zellwegger unita all’ormone maschio (mah?) di Hugh Grant creano una combinazione fatale di lacrime e risate.Ammansita da questo postulato dogmatico sulla fauna cinematografica, mi apprestavo a scegliere il film spulciando i trailer (preparatori al mio umore in sala) quando mi sono imbattuta in un film fuoriclasse, fuori standard e oltre ogni aspettativa: “Dark Shadows” del genio folle di Tim Burton. Già dal trailer si ride  ma contemporaneamente si avverte la tensione tipica tra il macabro e l’ironico che pervade ogni produzione del regista a partire dalla magnifica opera prima “Edward Mani di forbice”. Senza rivelare nulla che non si arguisca già dall’anteprima, il film tratta dell’abusatissimo tema vampiresco ma in una maniera, grazie a Dio, totalmente innovativa catapultando la situazione gothic-horror nei favolosi anni Settanta americani. Protagonista è, neanche a dirlo, Johnny Depp; scoperto da Burton stesso nella sua rampante e abbagliante bellezza agli albori degli anni Novanta, dona al film la sua celeberrima bravura assicurandone, soltanto grazie alla sua interpretazione, l’ottima riuscita; la mente contorta di Burton ha rielaborato il volto e il carattere di Depp in modi sempre inimmaginabili: dall’Edward sfregiato al barbiere inquietante, dal cioccolataio di Roald Dahl financo alla sua versione animata de “La sposa cadavere”; nonostante le trasformazioni Johnny è sempre Johnny sia da una punto di vista recitativo, impeccabile, si da un punto di vista estetico: nemmeno travestito da vampiro Seventies gli si può dir nulla in quanto a fascino e a carica testosteronica.Altro must have dei film di Tim Burton è la bravissima Helena Bonham Carter. Nonostante anche lei sia sempre rimaneggiata fino a colorarla di tinte forti, sia esteticamente che interpretativamente, Helena si distingue anche al di fuori dell’ambito grottesco del marito (ebbene si, Helena Bonham Carter è l’esempio evidente di nepotismo ben riuscito): come non osannare, per esempio, la sua interpretazione della moglie di Re Giorgio ne “Il discorso del re”. Controparte femminile di Depp è Eva Green, brava, bellissima, scheletrica.Citazione in ultimo alle interpretazioni di Michelle Pfeiffer, donna che non invecchia mai o se lo fa rimane bella da morire, e della giovane Chloe Moritz che interpreta meravigliosamente l’adolescenza degli anni Settanta.Colonna sonora mozzafiato: io che sono schiava dello smartphone non ho fatto passare una canzone senza ricercarla con la celeberrima applicazione per annotarmi titolo e autore e inserirla nella mia playlist immaginaria “Da scaricare e ascoltare ossessivamente”. Per rinforzare il clima Burton riesce ad ottenere un’interpretazione canora di un ospite di eccezione, ma non svelo nulla, a voi la chicca da scoprire.Dati questi presupposti, vedere questo film non è stato facile: lo stile Burtoniano richiamava forte la presenza del mio fidanzato ma la collocazione anni Settanta gridava a gran voce il nome della mia amica da commedia impegnata. Per non sbagliare ho offerto il biglietto ad entrambi, felice di abbracciare ora uno ora l’altra.

To Rome with Love

      L’undicesimo comandamento recita: “Mai perdere un film di Woody Allen”. Bene, direi che in questo sono molto religiosa. "To Rome with Love" si intitola l’ultima pellicola del poeta Allen: il regista, lo sceneggiatore, l’attore, forse lo psicologo e lo psicopatico migliore che esiste nel mondo del cinema internazionale. I suoi prodotti cinematografici appaiono leggeri come il più simpatico fischiettio primaverile ma, allo stesso tempo, tanto profondi da caderci dentro per giorni. "Io e Annie," "Match Point", "Vicky Cristina Barcelona", sono solo alcuni dei titoli che lo hanno reso famoso, catapultandolo nella vita di tutti coloro che abbiano seguito almeno uno dei suoi monologhi, aggrappandosi al filo sottile del suo discorso intricato. Allan Stewart Königsberg, questo il suo nome di battesimo, ha regalato a tutti noi mattonelle da calpestare e su cui inciampare ogni giorno, permettendoci di fermarci, ridere, pensare ed arrovellarci sulla crisi esistenziale, dalla quale pensavamo di essere totalemente lontani. Il film uscito ad aprile 2012, To Rome with Love,si sviluppa a chilometri di distanza dalla solita magia alleniana, così come la nostra capitale è lontana dalla grande mela, città materna del regista americano. Nel film si sviluppano diverse storie parallele, non intrecciate, vissute fra le strade di Roma e accumunate da un tema imperante, che sembra essere la scalata al successo. Abbiamo un Benigni alle prese con uno stravolgimento di vita, esilarante quanto mai attuale; una coppia destinata a dividersi in esperienze adultere e un ragazzo ammaliato da un’attricetta egocentrica e ricoperta da un sex appeal particolare. Infine scoviamo un Woody Allen, scopritore di talenti musicali, che conduce il suo consuocero a lavarsi sotto la doccia, in teatro, di fronte ad un pubblico estasiato dal nuovo tenore, ma sconcertato dal minus habens che lo ha messo in scena in quelle condizioni. Il film appartiene al progetto, portato avanti dal regista, di condurre lo spettatore a compiere un viaggio fra le più belle città europee: abbiamo vistato Barcellona in "Vicky Cristina Barcelona" e Parigi in "Midnight in Paris", adesso tocca a Roma e il risultato appare davvero strambo. Lo definisco strambo, ma altri avrebbero usato la parola ridicolo, perché ci troviamo di fronte ad un film ricolmo di errori tecnici grossolani, primo fra tutti il visibilissimo microfono padrone nel 45 per cento delle scene, per non parlare del doppiaggio poco curato. Woody Allen avrebbe dovuto limare meglio le storie, definirle con precisione, non lasciare tutto al caso, sviluppare un lavoro più organico…Ma, se facesse tutto parte di un disegno più ampio? E se girando un film carico di richiami alla piccola Italia che ci si presenta davanti agli occhi ogni giorno, con i suoi mezzi vip freschi di Grande Fratello, con le sue scale mobili straripanti di raccomandati, con i suoi talenti presi, strizzati e usati come pezze per lavare il pavimento, con i suoi cinepanettoni che sono gli unici film copertina che vanno a coprire di ridicolo un cinema italiano di valore, se girando un film del genere, il maestro Allen fosse consapevole di prendere in giro questa realtà? E se il suo fosse solo uno scimmiottamento? Se volesse ricalcare con la fotografia, le ambientazioni e le situazioni paradossali (come la neosposina che si ritrova a fare l’amore con il ladro che aveva interrotto il possibile rapporto sessuale con il divo del cinema di turno), tipiche del cinema italiano del passato? Sarà forse questo progetto nascosto e beffardo a far pronunciare ad uno dei protagonista una frase così antialleniana come: “Essere ricchi è sicuramente meglio?” La via critica potrebbe essere questa: 50% di amore per tutto ciò che è italianità, 50% di disgusto per tutto ciò che è italietta. O forse To Rome with Love è semplicemente un flop, realizzato da un minus habens. A voi il giudizio.  

Scimmie

  UN INCONTRO SPECIALE CON ALESSANDRO GALLO AUTORE DEL ROMANZO “SCIMMIE” EDITO DA NAVARRA EDITORE   Alessandro Gallo è un giovane scrittore, autore e sceneggiatore teatrale.  Mercoledì 2 Maggio 2012 lo abbiamo incontrato alla presentazione del suo romanzo “Scimmie”, organizzato a Bari dalla redazione di Temperamente.it presso il Book Bar di via Principe Amedeo. Lo abbiamo poi, intervistato su Radio Linkredulo in diretta. La prima impressione è stata quella di avere difronte un ragazzo schietto e genuino. Man mano che ci parlavamo, traspariva inoltre tutta la passione che mette nel suo lavoro: quello di diffondere la cultura della legalità tra i giovani, il rifiuto della logica mafiosa come stile di vita. Con un curriculum di tutto rispetto(laureato in Discipline dello Spettacolo dal Vivo a Bologna e fondatore dell’associazione Zerocinqueuno che promuove spettacoli dal vivo) per la sua giovane età, Alessandro ci ha mostrato con grande entusiasmo la sua “creatura”: Scimmie un romanzo di formazione, e-aggiungiamo noi- per la formazione delle coscienze. E’ la storia di tre ragazzi ribattezzati, Pummarò, Panzarotte e Bacchettone destinati a entrare nel mondo della criminalità organizzata ed attratti dal potere che sentono di poter ottenere, ma poi indotti a vedere le cose da un altro punto di vista grazie all’aiuto di un giovane giornalista. Il riferimento è alla figura di Giancarlo Siani,  giornalista ammazzato dalla camorra campana a soli 26 anni, per le sue denunce su vari boss camorristici. Gli ingredienti essenziali che  abbiamo colto di Alessandro sono stati la voglia di raccontare, di non arrendersi e di credere che possa esserci una prospettiva diversa anche per chi nasce in contesti dove la mafia è ramificata nei gangli della società. E di farlo con quell’entusiasmo tipico di tutti quei giovani italiani che non hanno nessuna intenzione di rassegnarsi. E di piegarsi. “Scimmie” edito da  Navarra Editore 75 pg.

Kongo Rock Fest

LocandinaIL KIMBAU PROJECT Nel 2008, attraverso l’associazione no-profit “Ingegneri senza frontiere” di Bari, il Prof. Ing. Dino Borri, professore ordinario di Ingegneria al Politecnico di Bari, viene a conoscenza dell’Ospedale di Kimbau (Repubblica Democratica del Congo) e delle sue condizioni energetiche e igienico-sanitarie molto precarie, e raccoglie il grido d’aiuto della dottoressa italiana Chiara Castellani.   Il professor Borri, coinvolge subito altri professori del Politecnico per cercare le soluzioni più adatte per provare a risolvere i problemi di Kimbau; inoltre, all’inizio dell’anno accademico 2008/09 il professor Borri decide di coinvolgere nel progetto tutti i suoi studenti che, confrontandosi per la prima volta con un problema ingegneristico concreto, hanno utilizzato tutte le loro conoscenze e competenze, sviluppate negli anni di studio per poter trovare soluzioni creative e funzionali alle problematiche dell’ospedale.   I risultati di questa esperienza sono stati ottimi con un coinvolgimento di tutti i suoi componenti , sentendosi parte di un progetto concreto con il fine di aiutare tante persone in difficoltà: le soluzioni elaborate si sono rivelate molto interessanti e potrebbero realmente risollevare le condizioni non solo dell’ospedale ma anche dei villaggi intorno a Kimbau.   La motivazione principale che ci ha spinto in questa avventura è ovviamente, quella di aiutare Kimbau e gli abitanti del villaggio, l'ospedale, i pazienti e coloro che lavorano per i malati;  ma, noi giovani ingegneri grazie al Kimbau Project, abbiamo anche scoperto come poterci rapportare con problemi concreti, cercando di mettere a frutto le nostre conoscenze, le nostre capacità, senza essere costretti, in indirizzi fissi già stabiliti. In questi anni abbiamo cercato di portare a termine piccoli progetti, realmente realizzabili con un minimo impegno economico e soprattutto adatti alla situazione africana: il nostro obiettivo è quello di garantire nel tempo l’indipendenza energetica e idrica dell’Ospedale, cercando, al contempo, di offrire un miglioramento generale delle condizioni di vita degli abitanti della zona in questione.   Negli ultimi mesi, ci siamo accorti di quanto sia importante e necessaria la sensibilizzazione a questo tema e la pubblicità a favore del piccolo ospedale di Kimbau; cosi ci siamo attivati organizzando conferenze al Politecnico di Bari e realizzando la scorsa estate un piccolo, piccolissimo, concerto di beneficenza (Kongo Rock Fest) con gruppi emergenti locali, con lo scopo di raccogliere fondi per permetterci di comprare uno strumento indispensabile per uno dei nostri progetti. L’EVENTO Con i fondi degli studenti a disposizione per le attività autogestite hanno organizzato il 18 aprile un KONGO ROCK FEST nell’atrio del Politecnico.   Si è deciso di accettare questa sfida e abbiamo capito che il nostro modo per poter consolidare il domani di Kimbau è quello di impegnarci in prima persona perché l’azione fa la differenza e noi vogliamo essere parte di questo cambiamento. Questa nostra esperienza ci ha svelato la condizione dell’umanità del mondo, una realtà che spesso nascondiamo a noi stessi, una realtà che non trasmettono i grandi media e di cui non se ne parla nei salotti, una realtà che è semplicemente dimenticata. Clicca QUI per dare la tua partecipazione all'evento su facebook o avere maggiori informazione riguardo la serata.

E ucciderà ancora

  Dato che siamo alle porte delle vacanze pasquali o primaverili, che dir si voglia, ho concesso alle mie adorate “compagne da cinema” qualche giorno di ferie dall'oneroso compito dell'affiancarmi. Ciò non toglie che la mia voglia di cinema non dovesse essere soddisfatta e ho scelto (obbligato) il mio giovane fratello come compagno. Invogliato dalla gratuità del biglietto (essendo la maggiore, ero in obbligo morale di offrire) e dal fatto che non frequentava un cinema da diversi lustri, mi ha entusiasticamente affiancata nella visione di un film. Il pragmatismo che lo connota in quanto ragazzotto di sedici anni mi ha impedito di andare a vedere una promettente commedia inglese. La sua proposta era un'americanata che comprendeva battaglie di navi, guerre sanguinose e, soprattutto il 3D. Siamo ovviamente scesi ad un compromesso: vada per il sangue ma almeno eleviamo il tema dell'intreccio. Ed eccoci seduti in una vuotissima sala dello Showville a vedere l'ultimo horror americano “The Raven”. Il compromesso ha teso verso l'horror anche perchè avevo voglia di un film leggero, magari bruttino su cui scaricare la mia vena polemica, come avevo già accennato nell'altra recensione. Ebbene anche stavolta devo desistere. “The Raven”, diretto da James McTegue, non è il primo “film-de-paura” ispirato alla  letteratura. Basti pensare al bellissimo “Il mistero di Sleepy Hollow” firmato Tim Burton con il bravissimo (bellissimo) Jhonny Depp, o il celeberrimo “From Hell – La vera storia di Jack lo Squartatore”, stesso protagonista, anche se, per dovere di cronaca la storia di Jack è più una lucrosa leggenda che una lucrosa opera letteraria. Anche “The Raven” rimpolpa le fila dell'horror fumoso e in costume, ottenebrato da atmosfere nebbiose dei sobborghi delle peggiori metropoli del mondo, condito da musiche incalzanti e spaventose che mettono la giusta angoscia. Il film esplora il perverso universo letterario dell'Ottocentesco Edgar Allan Poe, l'originalità sta, però, nel fatto che il film non rievoca uno dei meravigliosi racconti dell'autore americano, ma fa rivivere Poe stesso. Più precisamente il diabolico e perverso assassino, perchè c'è sempre una diabolico e perverso  assassino negli horror dell'Ottocento, costringere il povero Poe a rivivere uno per uno tutti i suoi terribili racconti mettendo a repentaglio la vita della sua amata. A interpretare il tenebroso scrittore è una bravissimo John Cusack, che nel ruolo di protagonista di drammi tesi fra realtà e finzione ci sguazza fin dai tempi di “1408”, horror ripreso da un romanzo di Stephen King. Il film è quasi metaletterario (Pirandello docet) e riesce perfettamente a restituire le ambientazioni gotiche che connotano i racconti dello scrittore e che fanno di questo film horror americano un bel film horror americano. È anche vero che il cinema è puro godimento, quindi ben vengano tutti quei film che fanno divertire, sempre entro i limiti del gusto, si intende! Il film è tanto ben fatto che anche nell'imperturbabile ragazzotto sedicenne qual è mio fratello ho intravisto segni di palpabile tensione e ho perfino avvertito un leggero sobbalzo a qualche cruento colpo di scena. Io ovviamente non sono un giusto metro di paragone per la curatezza dei film horror dato che anche quando vedo qualcuno che si strappa una pellicina balzo su me stessa e mi ritraggo dall'orrore. Un punto in più al film è che per quanto “de-paura” non butta, come si suol dire, il carico da undici, con cruente uccisioni. Certo, la gente muore, ma si vede sempre e solo il prodotto finito, mai la pratica di tortura; questa accortezza ha permesso che vedessi il cento per cento del film senza coprirmi gli occhi, diversamente da altri film come il già citato “Jack lo Squartatore” di cui avrò visto si è no il quaranta per cento. E sono stata temeraria. In conclusione, patiti di horror sanguinolenti e raccapriccianti astenetevi, “The Raven” è raffinato e accultura a tal punto che il mio giovane fratello è uscito dalla sala dicendo “Oh, a casa c'è un libro di Poe? È fichissimo!”.