Consigli ai malati

di Giuseppe Fraccalvieri
Ieri mattina tornavo a casa, dopo una giornata di lavoro. La consueta strada per raggiungere l'autobus, un istante e perdo l'equilibrio. Mi ritrovo a terra, senza neppure aver capito perché. Si avvicinano a me diverse persone, mi chiedono se mi sia fatto male. Rispondo che mi son preso uno spavento, ma non mi sembra di avere nulla di rotto. Mi dicono che una signora era scivolata prima di me, che avevano attaccato uno di quei grandi cartelloni pubblicitari della strada facendo cadere tutta la colla per terra. E nessuno aveva pulito. Ed in effetti, il marciapiedi ne era pieno.
Nel frattempo mi rendo conto che il mio braccio sanguina, al polso e al gomito, in modo evidente. La spalla mi dà fastidio, ho numerosi graffi. I numerosi presenti mi consigliano di chiamare il 118, ma francamente l'ambulanza mi sembra eccessiva, anche se l'avambraccio sanguina vistosamente. Mi dicono di farmi disinfettare, mi dicono di andare dai vigili ma non ci sono forze dell'ordine nelle vicinanze perché c'è un concorso. Soprattutto, mi dicono di fare denuncia, di prendere i nomi dei testimoni. Ne conosco già uno, ma la cosa mi preoccupa poco: in quel momento il mio problema principale è quello di farmi vedere da un medico e disinfettare le ferite prima che si possano infettare.
Resomi conto che nessuno mi avrebbe accompagnato e che non avrei risolto nulla restando dov'ero, mi incammino verso il pronto soccorso. Chiedo ad un passante la direzione per l'ospedale, me la indica e ritorna subito alle sue cose. La strada è piena di gente, ma il mio braccio sanguinante, così appariscente, è invisibile a tutti.
Arrivo in ospedale, pieno di gente. Ero già stato lì di recente, prendo posto dietro la linea gialla per attendere il mio turno. Reggo con una mano l'altro braccio, ancora sanguinante. Un infermiere si avvicina e mi dice di aspettare lì, di non andare oltre. Rispondo che lo so, di non preoccuparsi di quello. C'è un solo ambulatorio aperto su due: ecco cosa significa concretamente l'espressione “tagli alla sanità”. Passano i primi due pazienti. Sarebbe il mio turno, ma arriva una vecchietta che si è rotta la testa: ovviamente non batto ciglio mentre la fanno passare. Il pronto soccorso è davvero una valle di lacrime. Passa un signore con il piede sanguinante. Arriva poi una signora con il figlio almeno maggiorenne. Mi passa davanti, senza neppure notare che stavo facendo la fila. Le faccio notare che avrei potuto anche farla passare, se me l'avesse detto. La signora si scusa, poi passa oltre: giustamente non sono figlio suo. Un'infermiera si ferma e ci mettiamo a parlare di quel che mi è successo, le dico che ho bisogno solo di disinfettare il braccio, poi lei torna alle sue mansioni. Quindi viene un altro signore, piuttosto impaziente. Mi passa davanti anch'egli, nonostante io stia sempre lì a fare civilmente la mia fila.
L'infermiere quindi mi prende di forza, e mi fa sedere. Mi sgrida e mi dice di sedermi lì, altrimenti mi sarebbero passati tutti avanti. Entra un medico, si lamenta con l'infermiere di un problema. L'infermiere risponde che è da solo, che non c'è nessuno nell'altro ambulatorio, che ha cose più serie a cui pensare. Non sono capitato in una mattinata facile. L'uomo mi misura la pressione e passano altri cinque minuti per le formalità burocratiche. Entra un altro infermiere, ed i due discutono animatamente sulle poche ambulanze disponibili al momento e sulle tante emergenze. “Meno male che non ho chiamato il 118”, penso tra me e me. Sia perché ci avrei messo molto più tempo, ma soprattutto perché avrei tolto l'ambulanza a qualcuno più bisognoso.
Mi viene dato un foglietto “Urgenza minore” e vado ad aspettare il mio turno dal medico che mi avrebbe visitato. Nel corridoio si ammassano tanti malati. Passa un'altra infermiera, mi chiede se voglio una garza. La ringrazio, ma le dico che mi basterebbe disinfettare e farmi vedere dal medico. Dopo oltre due ore dal mio piccolo incidente, finalmente il medico mi visita. Nonostante la giornata convulsa, è molto gentile. La giovane infermiera fa rapidamente quanto necessario. Dopo due minuti mi dimettono, li ringrazio entrambi. Telefono a mia madre, le racconto l'accaduto, le dico che ora va tutto bene. Avrei potuto chiamarla prima e farmi aiutare nella disavventura, ma ho voluto evitarle la preoccupazione.
Prendo la via di casa, sempre a piedi. Torno con la fastidiosa sensazione di qualcosa che non va, più fastidiosa delle condizioni del mio braccio e della mia spalla. Potrei prendermela con medici ed infermieri, con i tagli alla sanità, con una burocrazia assurda che richiede due ore per una qualcosa che richiede due minuti. Potrei prendermela, e sarebbe anche giusto, anche se troppo facile. Ma c'è qualcosa di peggio: per una volta ho provato anch'io l'esperienza di essere un “invisibile”, uno di quelli che ha bisogno ma che non esiste per nessuno. Come le vecchiette che muoiono sole in casa, come i barboni, come i drogati. Se non hai parenti ed amici, in questa società egoista ti potrebbero anche lasciar morire, magari consigliandoti di fare denuncia. Una società che ha perso completamente il senso delle priorità, nella quale spesso si fa il proprio lavoro superficialmente, tanto poi pagano gli altri le conseguenze. Una società di persone incapaci di vedere i problemi altrui ma solo i propri, che se non scalpiti e non prevarichi non ti fa passare avanti. Una brutta esperienza, la mia, e tutto sommato senza conseguenze gravi, ma che auguro a tutti di fare, se servisse a qualcosa.
